Accordi Svizzera-UE: l'irreversibilità di una cessione di sovranità

E se il problema non fosse più economico, ma istituzionale?
In un'intervista pubblicata sulla NZZ, l'ex avvocato federale Paul Richli lancia un monito che raramente è stato espresso con tanta chiarezza: l'adozione del diritto europeo e i nuovi accordi istituzionali con l'UE potrebbero trasformare profondamente il funzionamento politico della Svizzera, al punto da rendere praticamente impossibile tornare indietro nel tempo. Questo dibattito è essenziale per capire quale sia la vera posta in gioco dietro questi trattati.

Il dibattito sui futuri accordi istituzionali tra la Svizzera e l'Unione europea si ripropone regolarmente sulla scena pubblica. Presentati dai loro sostenitori come un semplice «meccanismo di stabilizzazione» delle relazioni bilaterali, questi trattati comporterebbero in realtà un profondo cambiamento della struttura giuridica e politica della Confederazione.

Un recente dibattito pubblicato dal Neue Zürcher Zeitung (NZZ) del 27 febbraio 2026 evidenzia la portata di questi problemi. Due esperti legali confrontano le loro analisi: Martin Dumermuth, un ex funzionario di alto livello del Dipartimento federale di giustizia che era favorevole agli accordi, e Paul Richli, ex rettore dell'Università di Lucerna e specialista in diritto pubblico, che si oppone fermamente all'idea.

Gli avvertimenti di Paul Richli meritano particolare attenzione. Essi descrivono accuratamente le conseguenze istituzionali di un tale sistema.

Un importante trasferimento di potere legale

Secondo Paul Richli, l'adozione di un sistema di’allineamento dinamico al diritto europeo costituirebbe una rottura fondamentale dell'ordine costituzionale svizzero.

Come spiega lui stesso:

«L'adozione del diritto europeo avrebbe enormi conseguenze. Il Consiglio federale minimizza le conseguenze.»

Il problema centrale risiede nella logica stessa del sistema. Gli standard europei sono in continua evoluzione. Un meccanismo di allineamento dinamico significherebbe che la Svizzera dovrebbe adattare il proprio diritto interno a questi sviluppi, spesso senza partecipare direttamente al processo decisionale.

Richli sottolinea che questo sviluppo trasformerebbe profondamente il funzionamento del sistema politico svizzero:

«Il Parlamento abdicherebbe al suo ruolo. Non ci sarebbe più un processo di consultazione. La comunità imprenditoriale perderebbe tutti i mezzi per influenzare il Parlamento e dovrebbe fare pressione direttamente su Bruxelles».»

In altre parole, una parte significativa della produzione di norme non passerebbe più attraverso le tradizionali istituzioni svizzere - consultazione, dibattito parlamentare e, in ultima analisi, democrazia diretta.

L'illusione dell'influenza svizzera a Bruxelles

Alcuni sostenitori degli accordi sostengono che la Svizzera potrebbe ancora esercitare un'influenza informale sulla legislazione europea.

Per Richli, questa idea è in gran parte un'illusione.

Egli richiama in particolare l'esempio del’Spazio economico europeo (SEE) :

«L'esempio degli Stati membri del SEE, che non hanno praticamente alcun potere decisionale, lo dimostra.»

Questi Paesi devono adottare gran parte del diritto europeo senza partecipare realmente alla sua elaborazione. La Svizzera potrebbe trovarsi in una situazione simile: applicare norme decise altrove.

Il meccanismo delle «misure compensative»

Un'altra questione particolarmente delicata riguarda misure compensative che l'Unione Europea potrebbe imporre in caso di divergenza.

Richli descrive un sistema giuridicamente asimmetrico:

«L'UE potrebbe imporre compensazioni in qualsiasi settore, anche non correlato, come i prodotti medici o alimentari».»

Questa logica crea un'incertezza permanente:

«La Svizzera non sa dove interverrà l'UE. Nessuno vuole correre il rischio di essere colpito da una misura compensativa sconosciuta.»

In un sistema di questo tipo, la pressione politica ed economica costituirebbe un forte incentivo per la Svizzera ad accettare gli adeguamenti richiesti, anche in caso di disaccordo.

Il ruolo incerto del tribunale arbitrale

Le bozze di accordo prevedono un meccanismo di risoluzione delle controversie basato su un tribunale arbitrale.

Ma Richli si chiede come funzioni davvero:

«Come può il tribunale arbitrale stabilire se le misure extragiudiziali sono proporzionate?».»

Evidenzia inoltre l'importanza decisiva delle personalità nominate:

«Molto dipenderà da chi verrà eletto nel tribunale arbitrale e se sarà in grado di rappresentare veramente i nostri interessi.»

Come monito, fa riferimento all'esperienza del giudice svizzero al Corte europea dei diritti dell'uomo, che talvolta ha votato contro la posizione svizzera.

Crescente pressione per l'integrazione

Richli ritiene inoltre che questi accordi non costituiscano una stabilizzazione duratura, ma piuttosto un passo verso una graduale integrazione.

Egli afferma:

«È probabile che l'UE eserciti presto ulteriori pressioni sulla Svizzera affinché adotti una legislazione dinamica in altri settori, come l'accordo di libero scambio».»

A suo avviso, l'obiettivo strategico di Bruxelles è chiaro: evitare di dover rinegoziare regolarmente con la Svizzera e integrare gradualmente il suo quadro giuridico in quello dell'UE.

L'esempio delle attuali tensioni commerciali

Richli sottolinea inoltre che le tensioni economiche esistono già, nonostante gli attuali accordi.

In particolare, cita la pressione europea su alcuni settori industriali:

«Attualmente vediamo come l'UE voglia imporre dazi doganali sulle specialità siderurgiche svizzere. Si tratta di una palese violazione dell'accordo di libero scambio.»

In altre parole, anche nel quadro attuale, le relazioni sono ancora segnate da ricorrenti conflitti commerciali.

Il punto decisivo: l'irreversibilità

Ma il monito centrale di Richli riguarda la dimensione irreversibile di questi accordi.

Riassume questa realtà senza mezzi termini:

«Dobbiamo essere consapevoli di questo: se concludiamo questi accordi, sarà praticamente impossibile tornare indietro nel tempo.»

In un sistema in cui gran parte del diritto sarebbe progressivamente allineato a quello dell'Unione Europea, un'uscita diventerebbe politicamente e giuridicamente estremamente complessa.

Conclusione - La domanda fondamentale: chi decide in Svizzera?

In sostanza, il dibattito va ben oltre la semplice gestione tecnica delle relazioni con l'Unione Europea.

La questione centrale è istituzionale: Chi decide quale legge si applica in Svizzera?

Il modello svizzero si basa da secoli su un particolare equilibrio:

Confederazione, cantoni, concertazione economica, democrazia diretta e responsabilità parlamentare.

Se una parte crescente della legislazione proviene da un ordinamento giuridico esterno, questo equilibrio cambia meccanicamente.

Come sintetizza Paul Richli nell'intervista pubblicata dal NZZ (27 febbraio 2026) :

«Siamo ingenui a credere che non perderemmo poteri significativi».»

In altre parole, dietro il linguaggio diplomatico degli «accordi istituzionali» si nasconde una questione molto più fondamentale: La capacità della Svizzera di rimanere padrona della propria legge.